Perchè nei libri per bambini l’infanzia felice è ambientata nella natura?

Di recente mi sono immersa in una riflessione che ha iniziato a prendermi per mano quasi senza che me ne accorgessi: la presenza del mondo naturale nella letteratura per l’infanzia, e in particolare negli albi illustrati. Sfogliando pagine e immagini, mi sono resa conto che una grande parte delle storie prende vita tra boschi, praterie e ambienti rurali.

È stato allora che mi sono fermata a chiedermi: perché? Perché così tante narrazioni scelgono la natura come scenario privilegiato nel rappresentare l’infanzia? E, al contrario, perché le città sembrano comparire più raramente come luoghi dell’infanzia?

Aunt Green, Aunt Brown, Aunt Lavender di Else Beskow

Da queste domande è iniziato il mio piccolo viaggio di ricerca. Ho provato a scavare più a fondo, a interrogarmi sul perché l’immaginario dell’infanzia, nei libri, continui a prediligere ambienti naturali, quasi fossero lo spazio più autentico in cui far crescere storie e personaggi.

In questo articolo vi accompagno tra le riflessioni e le scoperte che ho raccolto lungo il cammino.

Per rispondere alla domanda iniziale, ovvero perchè l’infanzia continua ad essere rappresentata maggiormente nell’ambiente naturale, bisogna tornare indietro di quasi centocinquanta anni: siamo nel pieno della seconda rivoluzione industriale e la città, per la vita di molte persone, diventa un luogo alienante, ostile, un luogo di esilio più che di approdo. Le grandi fabbriche cambiano i volti delle città, l’avvento dell’acciaio e le innovazioni tecnologiche trasformano per sempre il modo di vivere e di percepire lo spazio e il tempo delle persone. E’ in questo contesto, sociale, politico, economico e culturale che si fa strada il discorso di matrice romantica del contrasto tra campagna e città, nato proprio dal contesto della forte spinta urbanistica e del conseguente abbandono delle campagne.

E’ così che si diffonde l’idea dell’infanzia come età dell’innocenza, come stato di natura da preservare. L’infanzia viene associata alla nostalgia per il mondo rurale, percepito come luogo – ormai perduto – di purezza, innocenza e moralità. L’infanzia vissuta in campagna diviene quindi un sinonimo di libertà e ingenuità, grazie al suo stretto legame con la sfera naturale, affettiva e animale.

Sotto la spinta di questo immaginario culturale e sociale, la città inizia progressivamente a scomparire dalle storie per l’infanzia e, quando compare, é spesso raffigurata come un luogo ammorbante, asfittico e responsabile della fine dell’età infantile: un paesaggio snaturato, fatto di mattoni, strade, fumo e ciminiere. (Se avete letto Dickens, allora potete farvi un’idea dei forti contrasti, delle ingiustizie sociali e della vulnerabilità dell’infanzia di quell’epoca!)

Illustrazione di una città inglese in epoca vittoriana, fonte BBC

È in questi stessi anni che — forse proprio in reazione alla violenta urbanizzazione — nascono i grandi capolavori della letteratura per l’infanzia. Più la città cresce e si espande, più la letteratura offre ambientazioni naturali, di evasione, quasi come se gli autori volessero creare una dimensione parallela destinata all’infanzia che includa l’animalità, la vegetalità, l’aria, l’acqua, il sottosuolo, il cosmo intero.

Più la città inghiotte e più gli autori cercano modi per tornare alla natura: alla campagna, al bosco, alla foresta, all’isola, in qualsiasi luogo in cui l’uomo potesse sentirsi, di nuovo piccolo, indifeso, timoroso, riverente, sorpreso di fronte al mondo.

E’ su quella scia che vengono pubblicati nei primi anni del ‘900 i libri di Elsa Beskow, Sybille von Olfers e Beatrix Potter, tra gli altri, opere che rappresentano un’infanzia che si fonde e si confonde con il mondo naturale e animale. Il legame tra umanità e vegetalità emerge, ad esempio, nel mondo sotterraneo dei Bambini radice di Sybille Von Olfers, in cui bambini-fiore e insetti rispondono al dolce richiamo di una madre terra che sveglia i suoi figli. Appaiono anche nei racconti di Beatrix Potter dove la campagna assume a luogo di autenticità nella semplicità del quotidiano. Elsa Beskow, grande autrice e illustratrice svedese racconta nei suoi libri l’incontro e l’intreccio tra bambino, animale e vegetale, mostrando l’alterità del bambino rispetto all’adulto.

Ma è forse Charles Kingsley con i suoi Water Babies, che più di tutti, è riuscito a rappresentare l’infanzia come un’epoca di trasformazione-contaminazione con altre forme viventi, dando al bambino un carattere non finito e quindi un’alterità da studiare e indagare con rigore quasi scientifico.

L’infanzia e la sua rappresentazione nella letteratura trovano quindi il loro spazio privilegiato nella natura, come se boschi, prati e cieli aperti incarnassero le qualità stesse dell’infanzia.

Peter in Blueberry Land di Elsa Beskow
Peter Rabbit di Beatrix Potter

Tra le autrici e autori che ho citato ne mancano certamente tanti all’appello, e con il tempo proverò a parlarvene. Un viaggio è bello perché è fatto di tante tappe, e questa è solo la prima. Prima di concludere questo articolo, vorrei chiedere a voi:

quanto di questo legame infanzia-natura è reale, e quanto invece è frutto di una visione romantica e culturalmente costruita?

Se vi va di condividere le vostre riflessioni, lasciate un commento qui sotto. Vi leggo!

Buona lettura,

Manuela

Per approfondire, alcuni spunti di lettura:

Beseghi, E., & Grilli, G. (Eds.). (2011). La letteratura invisibile. Carocci Editore.

Grilli, G. (2011). Bambini insetti, fate e Charles Darwin. In E. Beseghi & G. Grilli (Eds.), La letteratura invisibile (p. 21). Carocci Editore.

Grilli, G. (2019). La città che non c’è. Bambini, natura e ambiente urbano nella letteratura per l’infanzia. Encyclopaideia – Journal of Phenomenology and Education, 23(54), 65–91.

Grilli, G. (2021). Di cosa parlano i libri per bambini. La letteratura per l’infanzia come critica radicale. Donzelli.

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