Cari lettori, oggi vi racconto un albo pubblicato sessant’anni fa negli Stati Uniti dal titolo Nothing Ever Happens on My Block (1966), tradotto nell’edizione italiana come Nel mio quartiere non succede mai niente (Terre di Mezzo, 2018), dell’illustratrice, scrittrice e designer americana Ellen Raskin.
Il protagonista di questa storia è il bambino Chester Filbert che vive in 5264 West One Hundred Seventy-seventh Street. Chester sogna di trasferirsi altrove, in un quartiere più avventuroso e dove succedono cose straordinarie – perchè come dice il titolo – nel suo quartiere non succede mai niente!
La storia si svolge sempre nello stesso posto ovvero: stessa strada, stesso marciapiede, stesse case. Tutto sembra rimanere lo stesso, eppure mentre la narrazione avanza, ci accorgiamo che quella strada è tutt’altro che immobile: incidenti, personaggi eccentrici, piccole avventure quotidiane riempiono la scena, invisibili solo agli occhi annoiati del protagonista.


Testo e illustrazioni non procedono mai in modo lineare: ciò che Chester sogna che avvenga in altri quartieri come cacciatori coraggiosi, montagne da scalare, perfino fuochi d’artificio, trova nelle immagini un corrispettivo ironico e realistico. Le “montagne” sono in realtà una lunga scala appoggiata a una casa, i “fuochi d’artificio” la pioggia fitta di un temporale, le “case stregate” una strega che suona al campanello di una casa.

Chester è incapace di vedere ciò che veramente avviene nel quartiere in cui vive.
Ma più ci si inoltra nelle pagine, più ci si accorge che è tutta una questione di sguardo.
Nel mio quartiere non succede mai niente parla delle cose che avvengono senza spiegazioni ma che si avvertono in ogni pagina. Sullo sfondo, le case e Chester restano immobili, in un bianco e nero silenzioso, quasi sospeso. Intanto, davanti agli occhi dei lettori, persone, animali e perfino la pioggia prendono vita a colori, in un contrasto vibrante. È proprio in questo gioco tra staticità e movimento che la storia trova la sua magia più sottile.

E così anche il finale, irresistibilmente comico, conferma questa dinamica: Chester non si accorge neppure delle banconote che volano ovunque, tanto è radicato nella convinzione che “nel suo quartiere non succede mai niente”.
Questo albo illustrato ci mostra un ritratto dell’infanzia che vive in città, una città – ci suggerisce l’autrice – come luogo densissimo di accadimenti, contraddizioni e possibilità: uno spazio che chiede attenzione, sguardo e disponibilità alla scoperta.
Chiudo con una riflessione. Chester è un bambino degli anni Sessanta che passa il tempo fuori casa, seduto sul marciapiede, esposto alla vita che scorre oltre le mura domestiche. Non ci sono adulti accanto a lui, e questa assenza oggi spesso ci inquieta: è ancora pensabile che un bambino stia fuori da solo? E soprattutto, dove potrebbe farlo?
Manuela

Lascia un commento